Il fenomeno del “knockout”: le conseguenze negative dell’incapacità di gestire ed elaborare le emozioni, il ruolo genitoriale e dei media


L’espressione viene dall’inglese «knock out of time», «abbattere oltre il tempo».

È resa anche dall’acronimo KO e dall’italiano «fuori combattimento».

Il knockout è un fenomeno che esiste da tanti anni, ma che in questo ultimo anno sta assumendo una dimensione di rilevanza sociale per via della diffusione mondiale, soprattutto tra la popolazione giovanile. È chiamato “game”, anche se di gioco non ha assolutamente niente, a parte il divertimento di chi lo mette in atto. È una devianza, è violenza proattiva, fine a se stessa, messa in atto intenzionalmente con l’unico intento di “divertirsi” facendo del male a un’altra persona, senza avere un minimo rimorso e senso di colpa per quello che si è fatto. L’unico scopo del “gioco”, che è violenza contro le persone è mettere KO un passante per la strada e lasciarlo disteso per terra, anche in fin di vita o addirittura morto, perché con un pugno si può uccidere una persona.

Come mai succede ciò?

Io credo che soprattutto ad oggi viene a mancare sempre di più la capacità di autocontrollo e gestione delle emozioni di queste persone, nella maggior parte dei casi ragazzi molto giovani.

“io ho un’emozione negativa dentro e non la esterno, l’unico modo che conosco per esprimerla, è attraverso la violenza”. “non riesco a viverla fino in fondo e ad analizzarla ed elaborarla, in qualche modo la devo scaricare”.

La diffusione di determinati video all’interno dei social network non fanno altro che trasmettere il messaggio che tutto ciò è lecito, invece di diffondere il significato e la gravità di tale fenomeno. Tale messaggio viene interpretato in modo deviante, trasmettendo un sentimento di onnipotenza in questi ragazzi, che è estremamente pericoloso.

I social media stanno favorendo l’effetto contagio che rappresenta una problematica che sta prendendo sempre più piede, favorita dalla diffusione mondiale dei social network e della più evoluta tecnologia che ha abbattuto tutte le barriere e i limiti della diffusione non tecnologica. I comportamenti umani sembrano tendere verso una sorta di omogeneità soprattutto all’interno di una collettività e spesso si arriva a partecipare a social mode per fare quello che fanno gli altri perché, quando si utilizzano cellulari e tablet, scatta un meccanismo di deresponsabilizzazione cioè si pensa ci sia una responsabilità diretta ridotta che conduce e, in alcuni casi induce, a commettere azioni o mettere in atto comportamenti che non si metterebbero in atto in altri contesti.

Oltretutto, esistono video-games che sfruttano queste tendenze patologiche e devianti dei giovani, basati sull’unico scopo di stendere l’altro con un pugno e condurre una vita deviante e criminale.

È vero che NON è un videogioco che induce un ragazzo a uccidere una persona, è anche vero, però, che queste variabili fungono da rinforzo psichico che, sommato ad altre variabili, come per esempio gruppo dei pari deviante, famiglia assente e/o violenta, con stili educativi autoritari, può rappresentare un importante fattore di rischio per la messa in atto di queste condotte.

Purtroppo, anche i media nel dare troppa rilevanza a questi comportamenti, favorisco la loro visibilità che, in determinate personalità, invece di avere un effetto di desensibilizzazione, ha solo la funzione di rinforzo. Spesso, infatti, si tratta di ragazzi con personalità narcisistiche e antisociali che si divertono nel vedere che quello che fa scandalo, e ne parlano tutti, non gli importa dei giudizi negativi o delle conseguenze, per loro tutto questo è una vetrina che li rende ancora più onnipotenti di quello che si sentono.

Ciò non significa che un ragazzo debba negarsi il divertimento di un videogioco; ciò che conta è soprattutto il ruolo genitoriale.

I genitori devono essere i primi a fare da contenitori delle emozioni positive e specialmente negative dei figli per poi restituirgliele elaborate e spiegando loro il significato e RESPONSABILIZZARLI riguardo ai loro comportamenti.

 

Dott.ssa Ilaria Sabò

ilariasabo@icloud.com

 

 

 

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