Psicologia e fotografia


Perché l’attività della fotografia prosegue a esercitare sull’uomo un fascino così potente, ancora oggi più che mai diffusa con l’avvento dei digitale e della possibilità di scattare fotografie anche con il telefono cellulare o con altri mezzi messi a disposizione dalla tecnologia?

Riflettendo sulla natura, i bisogni e i desideri dell’essere umano si possono trovare alcune risposte all’interrogativo iniziando nel riconoscere, insito nell’animo umano, un bisogno di trascendenza, di spiritualità e di divino. Se nell’uomo hanno sempre albergato un “tormento” ed “un’angoscia” legati alla constatazione dell’ineluttabile transitorietà della vita terrena, egli ha anche da sempre esternato il bisogno di collegarsi con una dimensione spirituale, con l’Assoluto e di testimoniare il proprio breve passaggio sulla terra (basti pensare ai graffiti disegnati dagli uomini primitivi nelle grotte dell’era paleolitica raffiguranti tematiche spirituali come ad es. adorazione degli astri solari oltre che di vita quotidiana, come ad es. scene di caccia e pesca.).

Nel campo delle arti in genere, ed a pieno titolo anche nell’arte fotografica si riscontra, quindi, il manifestarsi del bisogno dell’uomo di collegarsi con l’Assoluto e di lasciare un segno del propria esistenza, quasi come se attraverso il ricordo che ne avranno i posteri, potesse rimanere traccia della propria vita. Con il fotografare, quindi, l’uomo tenta di emergere dalla transitorietà della condizione umana e produrre qualcosa di più grande, di spirituale e imperituro: il fotografo, immortalando l’attimo, lo trascende e lo riveste di una qualità spirituale ed eterna, superando i limiti della sua mortalità fisica e lasciando un segno del suo passaggio e della sua permanenza sulla terra. Essendo l’uomo un animale sociale, si può rintracciare in lui anche il bisogno psicologico di esternare, comunicare e condividere con i suoi simili contenuti che afferiscono sia alla sfera del mondo oggettivo (ad es. eventi, fatti di cronaca, accadimenti) sia del proprio mondo soggettivo (ad es. sensazioni, emozioni, sentimenti). In quest’ottica, l’arte della fotografia è un linguaggio che permette di comunicare e relazionarsi con gli altri. La fotografia, vista come sguardo sul mondo attraverso un obiettivo, consente di esprimere emozioni e sensazioni, pensieri ed idee. L’arte della fotografia consente di far viaggiare il fotografo e il fruitore della fotografia nel tempo e nello spazio: fotografie del passato, ricordi, fotografie di luoghi lontani geograficamente o difficilmente raggiungibili. L’arte della fotografia è caratterizzata anche da una dimensione e da un forte potere catartico: sia che la si produca sia che la si osservi. Permette al fotografo e al fruitore della fotografia di elaborare e controllare le emozioni interne. Come tutte le arti, il fotografare può avere, quindi, l’importante funzione di essere un modulatore della vita psichica umana. Persone particolarmente sensibili e che hanno difficoltà a esprimere gli stati d’animo, attraverso le fotografie, possono esternare contenuti interiori altrimenti difficilmente esternabili. Fotografare la natura può essere una metafora che riflette gli stati d’animo, ritrarre determinati soggetti o animali può simbolizzare caratteristiche interne con cui ci si identifica (il leone: il coraggio; un barbone: la solitudine ecc.). La fotografia permette di contattare il proprio mondo interno, prenderne coscienza e può generare un effetto liberatorio e di catarsi energetica. La fotografia parla anche della sua epoca ed ha dunque una innegabile componente storica. Nell’epoca odierna, ad esempio, l’uomo tende ad attribuire importanza alla dimensione dell’edonismo personale, alla ricerca del piacere, del narcisismo, dell’affermazione, dell’ostentazione e glorificazione di sé. Tutto questo è perseguito anche attraverso il fotografare e pubblicare foto di sé stessi e della propria vita. D’altronde, la società multimediale dà la possibilità alla persona di collegarsi, essere in contatto e condividere le proprie fotografie con chiunque, anche a distanze elevate e culture e formazioni personali assai diverse. Tuttavia, gli studi psicologici sulla qualità dei “rapporti” virtuali portano alla luce sempre più quanto questi siano superficiali e non-autentici e come spesso si falsifichino identità, informazioni personali, sentimenti e emozioni, con una tendenza sempre più diffusa a rielaborare le fotografie fino a renderle “altro” rispetto alla fonte originale. L’uomo moderno prova a soddisfare i propri bisogni sociali, di autostima, narcisismo e piacere attraverso i rapporti virtuali, ma spesso il risultato è che il nutrimento psicologico che ne deriva è insoddisfacente e lascia dentro di sé un senso di solitudine. In quest’ottica si può leggere e interpretare dal punto di vista psicologico l’intensa e a volte eccessiva e voyeuristica diffusione di foto personali e della propria vita su Internet o comunque tramite la multimedialità. L’uomo moderno, ricco di numerosi “contatti” interpersonali, talvolta anche in dimensione globale ma povero di “rapporti” autenticamente profondi, sani e significativi mette in atto un “disperato” tentativo di essere visto, considerato e di essere in rapporto con qualcuno attraverso la diffusione delle proprie fotografie. Può accadere, così, di perdere il senso del limite fra ciò che in passato era considerata la sfera del personale e quella che dovrebbe essere la sfera pubblica condivisibile. I limiti ed i valori del passato vanno modificandosi e il cosa fotografare e il cosa rendere pubblico sono temi di un dibattito sociale vivacemente aperto.

L’atto del fotografare e il prodotto fotografico connotato possiedono quindi caratteristiche “spirituali” e caratteristiche psicologiche umane atemporali e universali, ma anche motivazioni e caratteristiche storicamente determinate e veicolate dall’epoca e dalla società nelle quali si vive.

Dott.ssa Ilaria Sabò Psicologa-Psicoterapeuta

ilariasabo@icloud.com

Fonti: Web

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